Bruselli M., “Le figure femminili in Montale”


Le figure femminili in Montale
Mario Bruselli
Introduzione

Un bel giorno l’amico Renzo Bartalena mi chiede: “Ti piacerebbe fare un paio di incontri su un autore di Letteratura italiana all’Accademia Nazionale dell’Ussero?” … e mi informa delle iniziative che l’Accademia aveva intenzione di intraprendere. Come mio solito, spinto dall’incoscienza che a volte mi contraddistingue, gli dico: “Certo, perché no? Ma di che cosa devo parlare?” Ci siamo messi a tavolino (anzi ad un banco dell’I.T.C. dove l’UNIDEA – l’Università degli Adulti – svolge le sue quotidiane lezioni) e abbiamo scambiato i nostri pareri e fatte le dovute considerazioni.
“Mi piacerebbe che tu facessi qualcosa su Montale”, mi dice.
“Ci posso provare, ma non vorrei affrontare temi o poesie già ben note”.
“Che ne dici delle figure femminili che compaiono nelle sue liriche ?”
“L’idea mi piace; mi metto all’opera e vediamo cosa succede”.

Ed è successo che, mentre effettuavo le mie ricerche, il quadro si complicava sempre di più, perché alle figure femminili più conosciute (Clizia, Dora Markus, Gerti), se ne aggiungevano altre, da me poco, se non totalmente sconosciute. Ad un certo punto ho dubitato di poter fornire un quadro generale chiaro, adeguato all’uditorio, sono stato assalito da ripensamenti ed incertezze, ma alla fine, confortato dal parere dell’amico Bartalena, mi sono, come si suol dire, “buttato”.

Il frutto di tutto il mio lavoro è questo breve opuscolo, in cui sono fornite alcune note biografiche delle donne montaliane, una breve esegesi dei brani letti in conferenza e le liriche scelte all’occorrenza.
Non è chiaramente un’opera “accademica”, non avevo affatto la pretesa che lo fosse, ma una semplice guida che mi ha permesso di ripercorre alcune tappe significative del mondo femminile montaliano.

Spero con questo di aver fatto cosa gradita.

ALCUNE NOTIZIE SULLE “DONNE” DI MONTALE.

ANNA DEGLI UBERTI = ANNETTA – ARLETTA
 

Ispiratrice di Montale è Annetta (o Arletta), la donna crepuscolare. Montale la frequentò in gioventù, poi non la vide più e a quel punto Annetta entrò nella sua poesia. Annetta appare ormai una creatura fatta di nulla, simile a uno sciame di pensieri, inafferrabile. Sembra morta e al poeta si mostra diversa da com’era, persino nella sua risata. La donna, che per un attimo è venuta a visitare la sua memoria, sta per abbandonarlo, diventa un’immagine sprofondata nel nulla.

 

ESTERINA

Le informazioni su Esterina Rossi le ricaviamo dal carteggio di Montale con Bianca Messina. Il 23 settembre 1923 il poeta scriveva alla sua interlocutrice: «Saluti per me la cara scugnizza – possibilmente in genovese»; si ricordi che Esterina Rossi viene menzionata da Montale già nelle precedenti lettere del 3 e del 14 agosto 1923.

 

 

GERTI

Gerti è l’austriaca di origine ebraica Gerti Frankl Tolazzi (1902-1989), di Graz, amica di Bobi Bazlen (ma anche di Svevo o Saba) e del poeta, e sposata con l’ingegnere Carlo Tolazzi, in quel periodo ufficiale di stanza a Lucca; si tratta della stessa Gerti che secondo Bazlen aveva fotografato le gambe di Dora Markus); Montale la conosce nel dicembre 1927 a casa di Drusilla Tanzi e Matteo Marangoni. Nei versi della poesia, con riferimenti all’incontro reale tra Montale e Gerti a casa Marangoni (il piombo fuso a mezzanotte), il poeta descrive l’amica nel suo desiderio di fermare la fuga del tempo, e nel comune destino umano di sofferenza[1].

 

DORA MARKUS

Poesia scritta tra il 1928 e il 1939, trae spunto dalla figura di una giovane austriaca di origini ebraiche, Dora Markus, che Montale non aveva conosciuto personalmente ma di cui gli aveva parlato l’amico Bobi Bazlen, inviandogli una foto delle gambe di Dora e indicandola come amica di Gerti Fránkl Tolazzi, di Graz (anche se viveva a Trieste), di cui il poeta parla in Carnevale di Gerti (1928), nella stessa raccolta; la foto sembra esser stata scattata dalla stessa Gerti.

Montale scrive a Gianfranco Contini nel 1943 che la protagonista di Due nel crepuscolo (in La bufera e altro) è ancora Dora Markus.

 

 IRMA BRANDEIS

Irma Brandeis (1905 – 1990) è stata una critica letteraria e docente statunitense. Nel 1933 incontra Eugenio Montale a Firenze durante un viaggio estivo (aveva letto Ossi di seppia), e nasce una storia d’amore destinata a concludersi definitivamente nel 1938; la storia è peraltro vissuta da Montale contemporaneamente a quella con Drusilla Tanzi (con cui il poeta si sarebbe sposato agli inizi degli anni sessanta), e Drusilla avrebbe cercato di interrompere il rapporto tra Eugenio e la Brandeis. Nel 1939 cessa anche il loro intenso scambio epistolare, una volta scaduta l’ultima possibilità per il poeta di imbarcarsi per raggiungerla negli Stati Uniti. Montale idealizza poeticamente la figura di Irma, chiamata nelle liriche con il soprannome-senhal di Clizia, soprattutto ne Le occasioni, come visiting angel capace di ridare senso alla sua vita e a permettergli di confrontarsi con i suoi drammi esistenziali. Paolo De Caro in Journey to Irma… (1999) vede Irma-Clizia per Montale come una “Donna-Messia” interna a una forma simbolica di “religione privata” del poeta, con riferimenti ad antichi testi mistici. Francesco Zambon analogamente, pur rivedendo tutta l’umanità di questo personaggio femminile, riconosce in lei un “segno divino” misterioso.

 

     MARIA LUISA SPANZIANI

 

Maria Luisa Spaziani (Torino7 dicembre 1922  – Roma30 giugno 2014) è stata una poetessatraduttrice e aforista italiana. Nel gennaio del 1949 conosce Eugenio Montale durante una conferenza del poeta al teatro Carignano di Torino e fra i due nasce, dopo un periodo d’assidua frequentazione a Milano, un sodalizio intellettuale caratterizzato anche da un’affettuosa amicizia

 

     LIUBA

 

Dedicata a Liuba Blumenthal, ebrea triestina vittima insieme alla sua famiglia delle persecuzioni raziali. Liuba è una delle tante figure femminili della raccolta, incarnazione della capacità umana di resistere al male e di aggrapparsi alla vita. Viene costretta a lasciare l’Italia dove viveva da molti anni. Montale la salutò alla stazione di Firenze, nel 1938, mentre la ragazza faceva ritorno in Inghilterra.

 

   DRUSILLA TANZI

 

Un’altra figura femminile è quella di Drusilla Tanzi (Milano5 aprile 1885 – Milano20 ottobre 1963) è stata una scrittrice italiana, moglie di Eugenio Montale che a lei avrebbe dedicato due sezioni, Xenia I e Xenia II, della raccolta poetica Satura (1970). conobbe Eugenio Montale, che nel 1927 ospitò a casa sua in via Benedetto Varchi e con cui andò a vivere nel 1939 in via Duca di Genova. Secondo una lettera inviata ad Irma Brandeis, Montale impedisce due volte il suicidio di Drusilla, che teme la partenza di Eugenio da Irma (del cui rapporto parallelo era stata da lui informata) per gli Stati Uniti; tale partenza del poeta, paventata fino al 1938, in realtà non avverrà mai. La Tanzi sposerà invece Montale il 23 luglio 1962 (qualche anno dopo la morte di Marangoni), e morirà l’anno dopo al Policlinico di Milano, in seguito a complicazioni derivanti da una caduta e dalla conseguente rottura del femore.

Drusilla è la donna concreta, sua moglie, morta nel 1960, la sua compagna di vita che Montale paragona alla mosca nella poesia Ho sceso, dandoti il braccio, un milione di scale. Il fatto di scendere le scale (situazione chiaramente allegorica) è un’operazione molto comune, ma che richiede vista buona, altrimenti si può mettere il piede nel vuoto. Montale pensa al vuoto di un’esistenza priva di punti di riferimento. Adesso che la sua Mosca non c’è più, egli fa appunto l’esperienza amara di questo vuoto radicale. La Mosca manca tanto al poeta perché fra i due, era proprio lei miope com’era, la sola in grado di vedere nel viaggio della vita. Quando era viva la Mosca percepiva, con le sue “pupille…tanto offuscate” i segni di un mondo in sfacelo. In un mondo dove le cose vanno a rovescio, appunto la Mosca, umile insetto della casa e miope com’era, sapeva muoversi a suo agio nella vita; sapeva sprigionare, con i suoi quattr’occhi, una luce interiore che si rifletteva nella certezza di arrivare alla meta.

 

 

   ANNALISA CIMA

 

Annalisa Cima è nata a Milano il 20 gennaio del 1941, da una famiglia di Lecco che aveva consolidate tradizioni nell’industria della carta, infatti ad Acquate e a Castello sopra Lecco sorgevano due delle Cartiere Cima appartenenti ai trisnonni. Il padre Giovan Battista era figlio unico di Elisa De Thoma e di Francesco Cima, la madre Ileana Anna anch’essa figlia unica di Alice Schlesinger. Nel 1968 incontrò Eugenio Montale ed ebbe inizio una grande amicizia basata su una profonda stima reciproca che si materializzò nel lascito montaliano. Nel 1978 A.C. con Montale e Segre dà vita alla Fondazione Schlesinger e invita a fare parte del Comitato Scientifico alcuni amici scrittori.

 

 

     GIUSEPPINA RICCI

Esponente della media borghesia genovese, appartenente a famiglia di notari.

 

 

COMMENTO ALLE POESIE

 

     INCONTRO (ANNA DEGLI UBERTI = ARLETTA- ANNETTA)

Il pessimismo montaliano si approfondisce a partire soprattutto dalle ultime liriche degli Ossi, quelle aggiunte nella seconda edizione(1928), che formano un ponte verso la poesia delle Occasioni. Quello che prima appariva come una posizione personale di decadimento e fuga dalla vita, di incapacità di vivere la rivelazione balenata in un mitico sogno di adolescenza, diventa ora una condizione comune, in un presente di storia avvilita. L’atmosfera di vite sterili, di sargassi umani, di un anonimato totale che è, prima di tutto, incapacità di esistere originalmente come individui, avvicina questa lirica all’Eliot di Terra desolata, da poco presente alla cultura europea, alla testimonianza di una crisi totale di valori.

   FALSETTO (ESTERINA)

Questa notevolissima lirica, anch’essa fra le prime della raccolta degli Ossi di seppia, sviluppa il motivo dell’opposizione tra l’io del poeta che si sente irrimediabilmente prigioniero del «male di vivere» e quanti – qui Esterina ventenne che si tuffa in mare – trovano o sembrano trovare la «maglia rotta nella rete», «l’anello che non tiene» che consente di liberarsi dall’angoscia e di vivere felici. [Ossi di seppia] II mare è oggetto simbolico nella poesia di Montale: il pesciolino che trova la smagliatura nella rete e si libera, può liberamente fluire nel mare e nella vita; l’immagine del mare che di tanto in tanto appare nel percorso tra le viuzze contornate da muri che hanno in cima cocci aguzzi di bottiglia («è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia», Meriggiare pallido e assorto) costituisce un possibile indizio di liberazione, se non fosse che è contemplato di lontano («Osservare… / il palpitare lontano di scaglie di mare», ivi).

In Falsetto Esterina è simbolo della vita che si realizza, della vita non coartata dall’angoscia, non “strozzata” dalla riflessione che paralizza: le basta una crollata di spalle per distruggere «i fortilizi / del suo domani oscuro». Esterina è creatura che attinge una divina, pagana felicità nell’immedesimazione stessa con la natura, nell’adesione totale e irriflessa alla vita e alla realtà. Esterina ha infranto la «campana di vetro» che separa il poeta dalla felicità, ha trovato la smagliatura che le consente il tuffo simbolico. II poeta è viceversa «della razza / di chi rimane a terra», di chi è condannato a osservare da lontano la vita, coartato nel suo viluppo d’angoscia. E tutta nella prospettiva di paralizzante riflessione propria del poeta è l’ambivalenza iniziale della giovinezza “minacciosa” di Esterina: Esterina non percepisce la minaccia del tempo e della vita, per questo è «divina» e felice; la percepisce invece Montale che trema per lei, pensando a sé, e per lei prega che il destino non le riservi quelle delusioni, quell’angoscia che a lui altro non permette che osservare da lontano, trepidante e ammirato, la vita che si realizza.

 

     CARNEVALE DI GERTI

Questo è uno dei testi fondamentali della poesia di Montale.

“Gerti” è un nome tedesco di donna.
La prima strofa è formata da un periodo ipotetico diviso in due parti, protasi e apodosi. Il poeta evidenzia qui un aspetto, facendo precedere la seconda parte della strofa dal trattino. Tutta la prima parte, fino al trattino, è una lunga reiterazione di protasi. Il trattino sostituisce un segno di interpunzione normale e serve a riassumere, in un solo punto, una situazione che si è venuta manifestando in modo più articolato. Osservando un altro aspetto legato al trattino notiamo che l’apodosi dà una “confusione” che merita attenzione.
Montale è il poeta del periodo ipotetico perché la poesia che gli sta a cuore è proprio quella dell’ipotesi e della domanda. La sua è una poesia “della domanda” che gli permette di legarsi al lettore. Il Nostro vuole governare la complessità sintattica del periodo attraverso il trattino. Quest’ultimo introduce l’elemento fattuale decisivo, ovvero, l’elemento biografico. Montale scrive a Roberto Balzen, legato a Gerti, e dice: << Ho fatto leggere in giro questa poesia , e mi hanno detto che funziona anche per chi non è al corrente dei fatti>>.  Nel periodo ipotetico il “forse” serve a rafforzare la stessa situazione ipotetica. Le ipotesi elencate sono tutte riferite ad una cosa che deve succedere: sono delle previsioni, delle incertezze. Abbiamo, però, una strana situazione: una predizione volta al passato.

   DORA MARKUS

Il ricordo della Markus e dell’incontro con lei a Ravenna (il “porto Corsini” del v. 2) è lo spunto narrativo per imbastire una profonda riflessione sul senso della memoria e delle azioni umane. All’evocazione di Dora dei vv. 1-10 segue infatti la proiezione del ricordo che il poeta ha di lei, e in particolare della “irrequietudine” (v. 16) che la fa somigliare ad un uccello migratore, in perenne lotta per quella sopravvivenza forse assicurata solo da un “amuleto” (v. 25) che Dora ha con sé e che ci ricorda pure la funzione del “correlativo oggettivo” negli Ossi di seppia, cui questa prima parte è assai vicina. Nella seconda parte, Montale allarga e complica il proprio sguardo: se l’“ormai” di apertura (v. 29) indica da subito la frattura temporale tra i due momenti del ricordo della Markus, a ciò s’aggiunge la dislocazione geografica. Da Ravenna si passa alla Carinzia, terra d’origine di Dora e probabile meta del suo vagare da esule. Montale ricostruisce l’ambiente di provenienza della donna, e ne sottolinea la vicenda (quella di un’ebrea su cui sta per abbattersi la “fede feroce” della persecuzione nazista) per alludere tra le righe ad un più generale fallimento esistenziale e storico. Dora, in cui per ammissione dello stesso Montale si sommano le figure di altre donne (tra cui Gerti Frankl Tolazzi, ebrea di origine austriaca e destinataria della poesia Il carnevale di Gerti, e Clizia, e cioè quella Irma Brandeis costretta alla fuga negli Stati Uniti per sfuggire alle leggi razziali), diventa allora simbolo di una vera e propria condizione umana,

 

   LA FRANGIA DEI CAPELLI (CLIZIA= IRMA BRANDEIS)

 

La frangia appartiene alla creatura che popola letteralmente i sogni del poeta: Clizia, la donna-angelo che innova radicalmente tutta la tradizione poetica italiana per la sua caratteristica di essere un angelo limitato, un angelo -soprattutto in questi versi- bambino, impotente e vulnerabile alla tragedia della guerra.

 

  

 

     LA BUFERA (CLIZIA)

 

La bufera è quella guerra dopo quella dittatura…; ma è anche guerra cosmica, di sempre e di tutti “. Come al solito Montale risolve in significati esistenziali e metafisici anche gli eventi oggettivi, come, in questo caso, il secondo conflitto mondiale e la persecuzione antisemita. Per riproporre l’intensità del duplice scacco storico ed esistenziale ( il devastante scoppio del conflitto e l’allontanamento definitivo di Irma BrandeisClizia, la donna – angelo portatrice di salvezza ) il poeta sceglie, come al solito, alcuni correlativi oggettivi.

Una serie di immagini ha il compito di ricostruire, in una penetrante successione di significati, la contraddittorietà del reale, che si manifesta ora con la violenta intensità di una bufera, ora con la luce sorprendente di un lampo. Quest’ultimo è capace di connotare gli oggetti in modo ambiguo e straniato, tanto da evidenziare nell’eternità di un istante la condanna dell’uomo alla sua dolorosa necessaria sofferenza.
     L’ANGUILLA (CLIZIA)
 

Ancora una volta, dunque, come in Le Occasioni e nella maggior parte dei componimenti de La bufera ed altro, l’interlocutrice privilegiata del poeta è una figura femminile, enigmatica e sfuggente compagna di viaggio, cercata come rifugio e fonte di salvezza, sulla quale in questa raccolta si proietta l’angoscioso clima bellico, postbellico, nel caso specifico de L’anguilla.
Si tratta di un motivo tipico dell’universo poetico di Montale. Qui la donna-anguilla è un’immagine ambigua, sospesa, proprio come l’anguilla nelle pozze e nei fondi melmosi, tra visibilità ed invisibilità (la sua identità resta nascosta). È qui, anziché donna-angelo come in altri componimenti, portatrice di valori bassi, istintuali, di una vitalità biologica, sessuale, ma pur sempre estrema difesa contro il male del mondo.  La poesia viene in tal modo ad essere un atto di omaggio, di lode alla donna. L’accostamento ad un essere così forte, pur se povero (viene in mente A mia moglie di Saba), fa acquistare alla figura femminile acquista qualità di figura salvifica, di annuncio e di speranza di vita, garanzia di continuità, di sopravvivenza, di resistenza anche là dove la vita sembra impossibile, araba fenice («la scintilla che dice/tutto comincia quando tutto pare/incarbonirsi, bronco seppellito»), angelo terrestre di «paradisi di fecondazione», luce che brilla «intatta», come il «guizzo» dell’anguilla «in pozze d’acquamorta».

 

   A LIUBA CHE PARTE

 

La breve lirica appartiene alla prima sezione delle Occasioni. E’ dedicata a Liuba Blumenthal, ebrea triestina vittima insieme alla sua famiglia delle persecuzioni razziali. Liuba è una delle tante figure femminili della raccolta, incarnazione della capacità umana di resistere al male e di aggrapparsi alla vita. Viene costretta a lasciare  l’Italia dove viveva da molti anni. Montale la salutò alla stazione di Firenze, nel 1938, mentre la ragazza faceva ritorno in Inghilterra.

 

   DICONO CHE LA MIA …

(DRUSILLA TANZI, LA MOGLIE – MOSCA)

La commistione tra assenza e ironia crea uno scarto fondamentale. In Le occasioni e in La bufera la mancanza del valore si tramutava nella valorizzazione della poesia in quanto tale. Ora, nel “trionfo la spazzatura”, la fine del linguaggio poetico rischia di ridicolizzare la figura del poeta, che nella speranza di una nuova vita rinnova se stesso.

Al tono sublime si sceglie il prosastico e il taglio giornalistico. Alla lirica, l’ironia. Ecco la grandezza di Eugenio Montale: il rifiuto, la crisi, la depressione, l’accettazione mista a rifiuto di un certo stile di vita non hanno portato al vuoto e al nulla. Affatto. C’è stato un giustificabile periodo di sconforto e silenzio, ma alla fine la risposta è arrivata. Un grande poeta non può rinunciare alla sua arma. In Montale la negazione di una determinata poesia non porta alla cancellazione di tale arte. Porta solo alla costruzione di un’altra poetica, affatto inferiore alle raccolte precedenti.

 

     HO SCESO, DANDOTI IL BRACCIO, ALMENO …

(DRUSILLA TANZI)

 

Il tema iniziale della poesia (Satura) è il senso della perdita e dello smarrimento provocato dalla morte della moglie: insieme hanno sceso, nel viaggio della vita, milioni di scale e ora, a ogni gradino, il poeta avverte una sensazione di vuoto. A lei egli affidava il disbrigo delle incombenze pratiche durante i viaggi fatti insieme, come badare alle coincidenze, preoccuparsi delle prenotazioni, ma queste sono solo “trappole” e “scorni” per chi crede che la realtà si esaurisca tutta nel mondo visibile. La seconda strofa chiarisce quale sia il vero senso di smarrimento del poeta. Mosca aveva infatti una conoscenza profonda delle cose, che non si arrestava alla superficie della “realtà che si vede “. La sua miopia era solo apparente; lo sguardo di Mosca era difatti anche più penetrante di quello del poeta.

 

SE T’HANNO ASSOMIGLIATO…

(MARIA LUISA SPANZIANI = LA VOLPE)

La «falcata prodigiosa» è quella di Maria Luisa Spaziani, scrittrice e traduttrice italiana che con il poeta intessé un rapporto mai definito. Montale sposò la sua mosca (Drusilla Tanzi) e lei restò accanto ad Elémire Zolla per molti anni. Questo impedì ai due di considerare qualsiasi unione: «Eugenio ed io non avemmo coraggio di staccarci da queste due persone». Amarezze, ironia, rimpianti e comici racconti di vita quotidiana, è tutto nel suo recente libro, Montale e la volpe pubblicato nel 2011, a trent’anni dalla morte del poeta.

     AD ANNALISA CIMA

Montale ci dice che lei sarebbe piaciuta alla Mosca, la moglie Drusilla Tanzi («Se la mosca ti avesse vista / anche una sola volta / quanto amore di avrebbe / accordato. Non è facile / per me dare se non / per interposta persona, / cosa direbbe la Gina / se decidessi d’essere / padre all’improvviso.», dal “Diario postumo”) per l’aria di sprezzatura che si respira standole accanto; anche se in questa investitura riconosco una volontà di divinizzazione della Cima, di creazione di una sorta di mito dove non poca parte hanno le poesie che la stessa componeva in quegli anni e dava a leggere a Montale, che se ne dimostrava poi convinto ammiratore (soprattutto le raccolte “Terzo modo”, “Immortalità” e “Sesamon”). Si capisce pure in cosa sia consistito l’improvviso desiderio di paternità di Montale, e così lentamente il lettore è reso partecipe della nascita e della crescita di un rapporto d’amicizia, nel quale il poeta diventa musa/madre e allo stesso tempo padre/nonno.

 

   A MIA MADRE

 

In questo testo, scritto durante i difficili anni della seconda guerra mondiale, l’autore si intrattiene in colloquio con la madre da poco defunta. Intenzione dell’autore è esprimere l’amore profondo per colei che gli diede la vita, che sopravvive alla morte grazie al ricordo che ha lasciato, dentro di lui, del suo corpo, dei suoi gesti, delle sue parole.

 

 
INCONTRO (ANNA DEGLI UBERTI = ANNETTA – ARLETTA)
 

Tu non m’abbandonare mia tristezza
sulla strada
che urta il vento forano
co’ suoi vortici caldi, e spare; cara
tristezza al soffio che si estenua: e a questo,
sospinta sulla rada
dove l’ultime voci il giorno esala
viaggia una nebbia, alta si flette un’ala
di cormorano.

Forse riavrò un aspetto: nella luce
radente un moto mi conduce accanto
a una misera fronda che in un vaso
s’alleva s’una porta di osteria.
A lei tendo la mano, e farsi mia
un’altra vita sento, ingombro d’una
forma che mi fu tolta; e quasi anelli
alle dita non foglie mi si attorcono
ma capelli.
Poi più nulla. Oh sommersa!: tu dispari
qual sei venuta, e nulla so di te.
La tua vita è ancor tua: tra i guizzi rari
dal giorno sparsa già. Prega per me
allora ch’io discenda altro cammino
che una via di città,
nell’aria persa, innanzi al brulichio
dei vivi; ch’io ti senta accanto; ch’io
scenda senza viltà.
(da “Ossi di seppia”)

La foce è allato del torrente, sterile
d’acque, vivo di pietre e di calcine;
ma più foce di umani atti consunti,
d’impallidite vite tramontanti
oltre il confine
che a cerchio ci rinchiude: visi emunti,
mani scarne, cavalli in fila, ruote
stridule: vite no: vegetazioni
dell’altro mare che sovrasta il flutto.

Si va sulla carraia di rappresa
mota senza uno scarto,
simili ad incappati di corteo,
sotto la volta infranta ch’è discesa
quasi a specchio delle vetrine,
in un’aura che avvolge i nostri passi
fitta e uguaglia i sargassi
umani fluttuanti alle cortine
dei bambù mormoranti.

Se mi lasci anche tu, tristezza, solo
presagio vivo in questo nembo, sembra
che attorno mi si effonda
un ronzio qual di sfere quando un’ora
sta per scoccare;
e cado inerte nell’attesa spenta
di chi non sa temere
su questa proda che ha sorpresa l’onda
lenta, che non appare.

 

 

Hai ben ragione tu!
Non turbare
 
di ubbie il sorridente presente.
 
La tua gaiezza impegna già il futuro
 
ed un crollar di spalle
 
dirocca i fortilizî
 
del tuo domani oscuro.
 
T’alzi e t’avanzi sul ponticello
 
esiguo, sopra il gorgo che stride:
 
il tuo profilo s’incide
 
contro uno sfondo di perla.
 
Esiti a sommo del tremulo asse,
 
poi ridi, e come spiccata da un vento
t’abbatti fra le braccia
 
del tuo divino amico che t’afferra.
Ti guardiamo noi, della razza 
di chi rimane a terra.
(da “Ossi di seppia”)

FALSETTO (ESTERINA)

Esterina, i vent’anni ti minacciano, 
grigiorosea nube
 
che a poco a poco in sé ti chiude.
 
Ciò intendi e non paventi.
 
Sommersa ti vedremo
 
nella fumea che il vento
 
lacera o addensa, violento.
 
Poi dal fiotto di cenere uscirai
 
adusta più che mai,
 
proteso a un’avventura più lontana
 
l’intento viso che assembra
 
l’arciera Diana.
 
Salgono i venti autunni,
 
t’avviluppano andate primavere;
 
ecco per te rintocca
 
un presagio nell’elisie sfere.
 
Un suono non ti renda
 
qual d’incrinata brocca
 
percossa!; io prego sia
 
per te concerto ineffabile
 
di sonagliere.

La dubbia dimane non t’impaura.
Leggiadra ti distendi
 
sullo scoglio lucente di sale
 
e al sole bruci le membra.
 
Ricordi la lucertola
 
ferma sul masso brullo;
 
te insidia giovinezza,
 
quella il lacciòlo d’erba del fanciullo.
 
L’acqua’ è la forza che ti tempra,
 
nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
 
noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo
 
come un’equorea creatura
 
che la salsedine non intacca
ma torna al lito più pura.

 

 

 

 

CARNEVALE DI GERTI

E il natale verrà e il giorno dell’anno
che sfolla le caserme e ti riporta
gli amici spersi e questo carnevale
pur esso tornerà che ora ci sfugge
tra i muri che si fendono già. Chiedi
tu di fermare il tempo sul paese
che attorno si dilata? Le grandi ali
screziate ti sfiorano, le logge
sospingono all’aperto esili bambole
bionde, vive, le pale dei mulini
rotano fisse sulle pozze garrule.
Chiedi di trattenere le campane
d’argento sopra il borgo e il suono rauco
delle colombe? Chiedi tu i mattini
trepidi delle tue prode lontane?
Come tutto si fa strano e difficile
come tutto è impossibile, tu dici.
La tua vita è quaggiù dove rimbombano
le ruote dei carriaggi senza posa
e nulla torna se non forse
in questi disguidi del possibile.
Ritorna là fra i morti balocchi
ove è negato pur morire; e col tempo che ti batte
al polso e all’esistenza ti ridona,
tra le mura pesanti che non s’aprono
al gorgo degli umani affaticato,
torna alla via dove con te intristisco
quella che mi additò un piombo raggelato
alle mie, alle tue sere:
torna alle primavere che non fioriscono.(da “Le occasioni”)

 

 

Se la ruota si impiglia nel groviglio
delle stesse filanti ed il cavallo
s’impenna tra la calca, se ti nevica
fra i capelli e le mani un lungo brivido
d’iridi trascorrenti o alzano i bambini
le flebili ocarine che salutano
il tuo viaggio e i lievi echi si sfaldano
giù dal ponte sul fiume
se si sfolla la strada e ti conduce
in un mondo soffiato entro una tremula
bolla d’aria e di luce dove il sole
saluta la tua grazia-hai ritrovato
forse la strada che tentò un istante
il piombo fuso a mezzanotte quando
finì l’anno tranquillo senza spari.

Ed ora vuoi sostare dove un filtro
fa spogli i suoni
e ne deriva i sorridenti ed acri
fumi che ti compongono il domani;
ora chiedi il paese dove gli onagri
mordano quadri di zucchero dalle tue mani
e i tozzi alberi spuntino germogli
miracolosi al becco dei pavoni.

(Oh, il tuo carnevale sarà più triste
stanotte anche del mio, chiusa fra i doni
tu per gli assenti: carri dalle tinte
di rosolio, fantocci ed archibugi,
palle di gomma, arnesi da cucina
lillipuziani: l’urna li segnava
a ognuno dei lontani amici l’ora
che il gennaio si schiuse e nel silenzio
si compì il sortilegio. È carnevale
o il dicembre s’indugia ancora? Penso
che se muovi la lancetta al piccolo
orologio che rechi al polso, tutto
arretrerà dentro un disfatto prisma
babelico di forme e di colori… )

 

 

 

 

DORA MARKUS

2. Ormai nella tua Carinzia
di mirti fioriti e di stagni,
china sul bordo sorvegli
la carpa che timida abbocca
o segui sui tigli, tra gl’irti
pinnacoli le accensioni
del vespro e nell’acque un avvampo
di tende da scali e pensioni.
La sera che si protende
sull’umida conca non porta
col palpito dei motori
che gemiti d’oche e un interno
di nivee maioliche dice
allo specchio annerito che ti vide
diversa una storia di errori
imperturbati e la incide
dove la spugna non giunge.
La tua leggenda, Dora!
Ma è scritta già in quegli sguardi
di uomini che hanno fedine
altere e deboli in grandi
ritratti d’oro e ritorna
ad ogni accordo che esprime
l’armonica guasta nell’ora
che abbuia, sempre più tardi.
È scritta là. Il sempreverde
alloro per la cucina
resiste, la voce non muta,
Ravenna è lontana, distilla
veleno una fede feroce.
Che vuole da te? Non si cede
voce, leggenda o destino…
Ma è tardi, sempre più tardi.
(da “Le occasioni”)

Fu dove il ponte di legno
mette a porto Corsini sul mare
alto
e rari uomini,
quasi immoti, affondano
o salpano le reti. Con un segno
della mano additavi
all’altra sponda
invisibile la tua patria vera.
Poi seguimmo il canale
fi no alla darsena
della città, lucida di fuliggine,
nella bassura dove s’affondava
una primavera inerte,
senza memoria.
E qui dove un’antica vita
si screzia in una dolce
ansietà d’Oriente,
le tue parole iridavano
come le scaglie
della triglia moribonda.

La tua irrequietudine
mi fa pensare
agli uccelli di passo
che urtano ai fari
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche
la tua dolcezza,
turbina e non appare,
e i suoi riposi sono anche più rari.
Non so come stremata tu resisti
in questo lago
d’indifferenza ch’è il
tuo cuore; forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima:
un topo bianco,
d’avorio; e così esisti!

 

 

L’ANGUILLA (CLIZIA)
 

L’anguilla, la sirena

dei mari freddi che lascia il Baltico

per giungere ai nostri mari,

ai nostri estuari, ai fiumi

che risale in profondo, sotto la piena avversa,

di ramo in ramo e poi

di capello in capello, assottigliati,

sempre più addentro, sempre più nel cuore

del macigno, filtrando

tra gorielli di melma finché un giorno

una luce scoccata dai castagni

ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,

nei fossi che declinano

dai balzi d’Appennino alla Romagna;

l’anguilla, torcia, frusta,

freccia d’Amore in terra

che solo i nostri botri o i disseccati

ruscelli pirenaici riconducono

a paradisi di fecondazione;

l’anima verde che cerca

vita là dove solo

morde l’arsura e la desolazione,

la scintilla che dice

tutto comincia quando tutto pare

incarbonirsi, bronco seppellito;

l’iride breve, gemella

di quella che incastonano i tuoi cigli

e fai brillare intatta in mezzo ai figli

dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu

non crederla sorella?

 

(Dalla V sezione, “Silvae”, de “La bufera ed altro”)

 

LA FRANGIA DEI CAPELLI

(CLIZIA= IRMA BRANDEIS)

 

La frangia dei capelli che ti vela
la fronte puerile, tu distrarla
con la mano non devi. Anch’essa parla
di te, sulla mia strada è tutto il cielo,
la sola luce con le giade ch’ài
accerchiate sul polso, ne tumulto
del sonno la cortina che gl’indulti
tuoi distendono, l’ala onte tu vai,
trasmigratrice Artemide ed illesa,
tra le guerre dei nati-morti; e s’ora
d’aeree lanugini s’infiora
quel fondo, a marezzarlo sei tu, scesa
d’un balzo, e irrequieta la tua fronte
si confonde con l’alba, la nasconde.

 

 

LA BUFERA (CLIZIA)

 

La bufera che sgronda sulle foglie

dure della magnolia i lunghi tuoni

marzolini e la grandine,

 

(i suoni di cristallo nel tuo nido

notturno ti sorprendono, dell’oro

che s’è spento sui mogani, sul taglio

dei libri rilegati, brucia ancora

una grana di zucchero nel guscio

delle tue palpebre)

 

il lampo che candisce

alberi e muro e li sorprende in quella

eternità d’istante – marmo manna

e distruzione – ch’entro te scolpita

porti per tua condanna e che ti lega

più che l’amore a me, strana sorella, –

e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere

dei tamburelli sulla fossa fuia,

lo scalpicciare del fandango, e sopra

qualche gesto che annaspa…

Come quando

ti rivolgesti e con la mano, sgombra

la fronte dalla nube dei capelli,

 

mi salutasti – per entrar nel buio.

SE T’HANNO ASSOMIGLIATO… (MARIA LUISA SPANZIANI = LA VOLPE)Se t’hanno assomigliato
alla volpe sarà per la falcata
prodigiosa, pel volo del tuo passo
che unisce  e che divide, che sconvolge
e rinfranca il selciato (il tuo terrazzo,
le strade presso il Cottolengo, il prato,
l’albero che ha il mio nome ne vibravano
felici, umidi e vinti) – o forse solo
per l’onda luminosa che diffondi
dalle mandorle tenere degli occhi,
per l’astuzia dei tuoi pronti stupori,
per lo strazio
di piume lacerate che può dare
la tua mano d’infante in una stretta;
se t’hanno assomigliato
a un carnivoro biondo, al genio perfido
delle fratte (e perché non all’immondo
pesce che dà la scossa, alla torpedine?)
è forse perché i ciechi non ti videro
sulle scapole gracili le ali,
perché i ciechi non videro il presagio
della tua fronte incandescente, il solco
che vi ho graffiato a sangue, croce cresima
incantesimo jattura voto vale
perdizione e salvezza; se non seppero
crederti più che donnola o che donna,
con chi dividerò la mia scoperta,
dove seppellirò l’oro che porto,
dove la brace che in me stride se,
lasciandomi, ti volgi dalle scale?(“La bufera e altro”)

A LIUBA CHE PARTE

Non il grillo ma il gatto
del focolare
or ti consiglia, splendido
lare della dispersa tua famiglia.

La casa che tu rechi
con te ravvolta, gabbia o cappelliera?,
sovrasta i ciechi tempi come il flutto
arca leggera – e basta al tuo riscatto.

 

 

 

(DRUSILLA TANZI, la moglie – MOSCA)

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno … (DRUSILLA TANZI, la moglie – MOSCA) 
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

 

 

Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto
non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi

siamo una sola cosa.

 

(da Xenia)

 

 

 

 

 

 Ho sceso milioni di scale dandoti il braccionon già perché con quattr’occhi forse si vede di più.Con te le ho scese perché sapevo che di noi duele sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,erano le tue.

 

 

 

 

 

Ad ANNALISA CIMA

 

Se la mosca ti avesse vista

anche una sola volta

quanto amore ti avrebbe

accordato. Non è facile

per me dare se non

per interposta persona,

cosa direbbe la Gina

se decidessi d’essere

padre all’improvviso.

 

 

A mia madre

 

Ora che il coro delle coturnici

ti blandisce dal sonno eterno, rotta

felice schiera in fuga verso i clivi

vendemmiati del Mesco, or che la lotta

dei viventi più infuria, se tu cedi

come un’ombra la spoglia

                           (e non è un’ombra,

o gentile, non è ciò che tu credi)

chi ti proteggerà? La strada sgombra

non è una via, solo due mani, un volto,

quelle mani, quel volto, il gesto di una

vita che non è un’altra ma se stessa,

solo questo ti pone nell’esilio

folto d’anime e voci in cui tu vivi.

E la domanda che tu lasci è anch’essa

un gesto tuo, all’ombra delle croci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Cfr. www.wikipedia.it

Categoria: Conferenze accademia Rivista n° 4 01/2016, Rivista n° 4 01/2016 | RSS 2.0

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