Guastalla G., “Modigliani ebreo sefardita e i suoi amici fra Livorno e Parigi”


 Modigliani ebreo sefardita e i suoi amici fra Livorno e Parigi  

Guido Guastalla

“Se dovessi ricominciare – scrive la figlia Jeanne nel 1984, nel centenario della nascita – l’itinerario del lungo viaggio alla scoperta delle verità sulla vita e sulle opere di mio padre, non potrei fare altro che dirigermi verso Livorno, dove nacque il 12 luglio 1884”.

“Ma l’anima della famiglia era quella della personalità dominante di Eugenia Modigliani nata Garsin (scrive ancora Jeanne Modigliani). I Garsin, come tutte le stirpi giudee mediterranee, erano passati da Tunisi, centro di attrazione e di diffusione per la cultura giudeo spagnola e fondarono anche una scuola talmudica che esisteva ancora alla fine dell’Ottocento”. E’ questa tradizione e questa storia famigliare a spiegare “perché Amedeo non abbia mai avuto il minimo complesso sulle sue origini”.

Da una parte il fatto che “La tecnica e la passione della discussione talmudica erano ancora vivacissime in casa Modigliani durante la mia infanzia”, dall’altra “Che gli ebrei mediterranei, fin dal Rinascimento avevano superato l’interdizione di rappresentare la figura umana…e che il mestiere di pittore sembrava a Marsiglia o a Livorno meno assurdo che a Vilna o a Vitebsk, città che hanno dato i natali a due altri grandi pittori di origine ebraica del nostro tempo, rispettivamente a Chaim Soutine e a Marc Chagall”, sono gli elementi che consentiranno a Modigliani di affrontare l’avventura parigina in condizioni culturali ben diverse da chi proviene dall’est Europa, coniugando tradizione e modernità.

Dal 1984, grazie alle intuizioni e ricerche di Jeanne Modigliani, gli studi e le ricerche sulla componente ebraica livornese, influenzata soprattutto dalla tradizione cabbalistica che trova nel rabbino e filosofo Elia Benamozegh il più grande rappresentante di fine Ottocento, si sono notevolmente sviluppate e affinate.
Il giovane uomo che arriva a Parigi nel 1906 proviene da questo milieu. La “Ville Lumière”, del resto, quando vi arriva Amedeo, è ormai da anni il centro della cultura europea e quindi mondiale. I giovani che vi giungono da tutta Europa tuttavia vivono in un ambiente isolato, separato da quello delle istituzioni e della ricca borghesia del centro. Abitano in periferia, sopratutto a Montmartre, in ambienti fatiscenti e abbandonati, come il Bateau Lavoir, in quella realtà che con una sola parola sarà definita la bohème. Ma Parigi è anche la capitale di una Francia ancora umiliata dalla sconfitta nella guerra franco-prussiana del 1870, percorsa da tensioni fortissime e intrisa di un antisemitismo virulento di cui l’affaire Dreyfus, il cui ricordo agli inizi del Novecento è ancora vivissimo, è uno dei tanti, forse il più famoso degli episodi. Come ha scritto recentemente a proposito di Modigliani Mason Klein, curatore del Jewish Museum di N.Y.: “Arrivato a Parigi nel 1906, con la sua giacca di velluto, una sciarpa rossa e un cappello a larghe tese, è orgoglioso della sua duplice origine italiana e sefardita, dell’educazione ricevuta, e delle idee progressiste dei suoi famigliari. Pur essendo cresciuto in un ambiente colto e avendo letto i libri di Gabriele D’Annnunzio e Friedrich Nietzsche, il fatto di provenire da una realtà privilegiata come la comunità ebraica di Livorno lo aveva dotato di una visione un po’ ingenua della situazione sociale del resto d’Europa”.

Nel 1886 si era stabilito in casa Modigliani a Livorno Isaac Garsin, padre di Eugenia, che avrà una grande influenza sul nipote. Uomo di grande cultura letteraria e filosofica (parlava fluentemente l’italiano, il francese, lo spagnolo, il greco e conosceva l’inglese e l’arabo), è l’archetipo dell’ebreo sefardita cosmopolita. Ad Amedeo piaceva moltissimo l’eccentricità del nonno, la sua cultura talmudica, e gli epici racconti sulle origini della famiglia che si facevano risalire addirittura a Baruch Spinoza, il grande filosofo ebreo sefardita di Amsterdam della seconda metà del Seicento.

Probabilmente Modigliani non avvertì la necessità di ridiscutere la propria identità ebraica fino a quando non si trova a far parte del gruppo di artisti emigrati, soprattutto ebrei dell’Est Europa, che si ritrovarono a Montparnasse in quell’alveare di studi di artisti chiamato La Ruche. E’ evidente che l’ambiente, moderno e tradizionale allo stesso tempo, da cui proveniva, gli evitava il problema di trovare un equilibrio fra acculturazione in Francia e preservazione della tradizione ebraica: il paese, la città, la famiglia sefardita e mediterranea, allo stesso tempo di lingua e cultura italiana e francese, favorivano quella “invisibilità razziale” che non era possibile per Chagall, Soutine, Pascin, Katz, Kikoine e per tutti gli altri artisti ebrei arrivati a Parigi che soggiornavano a Montparnasse. Anche se l’identità culturale, sociale e religiosa di Modigliani era unica è proprio per questo che si sarebbe dovuto prestare maggiore attenzione al fatto che proprio la sua “invisibilità razziale” metteva alla prova il suo complesso senso di identità. Come dice Mason Klein:
“ Modigliani scelse invece di andare controcorrente, opponendosi al secolarismo dei fautori della emancipazione, che si accompagnava alla carenza di un’autocoscienza ebraica nella maggior parte degli artisti émigrés giunti a Parigi nel periodo precedente la Prima Guerra mondiale”. Quindi, anziché “cercare di assimilarsi Modigliani – dice ancora Klein – scelse di smascherare la sua identità ebraica assumendo la posizione ideologica del paria”.
Nel testo in catalogo della mostra The Circle of Montparnasse al Jewish Museum di New York, nel 1985, Kenneth E. Silver scrive, commentando il frequente uso di simboli cristiani nelle opere di Modigliani, che l’artista “sembra che considerasse le differenze religiose allo stesso modo in cui vedeva quelle in campo artistico, cioè come se fossero inserite in un continuum piuttosto che in compartimenti separati e non comunicanti”. La sua tradizione sefardita livornese lo porta a privilegiare a livello di coscienza l’inclusività, che aveva così profondamente respirato nel clima aperto del Mediterraneo a Livorno e che a Parigi, nel clima plumbeo dell’Europa continentale, trova così difficile se non impossibile da ritrovare. La scelta di essere un outsider e un bohémien è piuttosto una conseguenza più che una causa della sua riscoperta e del conseguente smascheramento della identità e della invisibilità iniziale. A chi pretendeva arrogantemente di ignorare la storia, o lo considerava un parvenu e un borghese assimilato, metteva subito avanti, in anticipo, la sua alterità: ”je suis Modigliani – juif”..
Le testimonianze degli amici, a questo proposito, sono numerose e spesso straordinariamente poetiche ed evocative. Leopold Survage innanzitutto fa un quadro della Parigi in cui arrivano questi deracinées: ”A Parigi, il contrasto fra la ricchezza e la povertà, l’opulenza e la miseria, era violento. Spaesati, si trovavano automaticamente nel fondo del crogiuolo, come stranieri. Eccoli trasformati in meteci senza denaro, con aspirazioni elevate, con temperamenti eccezionali, con molta intelligenza e, talora, di genio”. Venendo a Modigliani: “Il giovanotto era povero. Arrivando dall’Italia, suo unico bagaglio era l’eredità spirituale della sua famiglia, di origine israelitica, con la purezza e l’idealismo che soltanto tale razza è capace di sviluppare, quando lo fa”. Da questa analisi fa derivare che ”era l’essere umano che lo interessava soprattutto e le forze invisibili che si manifestano attraverso e intorno ad esso. Dietro all’aspetto fisico egli immaginava tutto un mondo misterioso. Il suo passaggio fra noi fu breve, ma la traccia che ha lasciato è profonda e incancellabile. Accettava senza lotta e senza sofferenza la sua povertà leggendaria poiché non attribuiva importanza ai beni terreni, che definiva catene “ (Parigi, 12 giugno 1945).

L’identità ebraica è dunque un nodo centrale per la comprensione del vero Modigliani. Se per quanto riguarda Chagall, e di conseguenza tutta la tradizione orientale (Soutine, Pascin, Lipchitz, Kisling, Zadkine), Franz Meyer ha indicato e isolato come decisivo il chassidismo, cioè quella corrente mistica che nasce in contrapposizione al razionalismo illuministico ebraico, per Modigliani, nonostante le perplessità di alcuni critici, il discorso è ancora aperto e in gran parte da esplorare. Certamente non è da liquidare con poche battute.

Indubbiamente la frequentazione a Parigi di amici come Max Jacob, Kisling ed altri risvegliarono in Modigliani un profondo interesse per certi aspetti della cultura ebraica che si portava dietro sin da Livorno: le tradizioni cabbalistiche dell’ebraismo sefardita mediterraneo livornese in particolare ( come il già citato insegnamento del rabbino livornese Elia Benamozegh) non erano poi così distanti da certe espressioni del chassidismo orientale. Modigliani, fedele all’amico Max Jacob, lo segue nelle sue ricerche sui testi sacri, le scritture, le componenti esoteriche, ed entrambi approfondiscono la cultura ebraica, le sue origini, riscoprendo il concetto di scrittura come segno. Come abbiamo visto all’inizio, anche Jeanne Modigliani negli ultimi anni affrontò molto seriamente questa problematica: “ Nei segni e nei simboli, attraverso un’attenta lettura, troviamo nascosti tutti quei riferimenti alle origini della cultura ebraica, che quasi sembrano nascondere pudicamente certe verità. Molti critici mi hanno posto delle domande: conosceva la Cabbalà? Sapeva scrivere l’ebraico? Le mie risposte non possono che riportarsi alla sua infanzia, e non a caso ho posto l’accento sulle tradizioni giudaiche della famiglia, ed allora penso che la sua pratica non fosse quella di un credente ortodosso, ma sapeva e conosceva l’alfabeto e la grammatica. In effetti non era praticante…ma amava presentarsi come giudeo, non lo nascondeva, le lettere e i segni riportati sui dipinti ci dimostrano il suo attaccamento a quella cultura”, e conclude : “ Sull’analisi e la lettura dei rimandi esoterici in Modigliani c’è ancora molto da dire, molto da scoprire; non mi meraviglierei se gli appunti più intimi sulla sua pittura, sulle sue riflessioni in campo esoterico venissero in seguito alla luce”.
Modigliani, a differenza e in polemica con i suoi connazionali futuristi, pensa che la gloria d’Italia non risieda nel presente ma nel suo recente passato e nella tradizione, che per lui coincidono con l’idealismo ecumenico di intellettuali e uomini di religione come Benamozegh e Sabato Morais, fondato sull’unità fondamentale alla base di tutte le religioni.

Non è un caso che l’adozione di stili altri da quelli europei (arte tribale africana, Khmer, etc.) per Modigliani, a differenza che per i suoi amici cubisti, non denota mai appropriazione e stravolgimento o mancanza di rispetto. E non è un caso che proprio nell’oltrepassare l’interdizione che vietava agli ebrei di rappresentare il corpo umano Modigliani trovi la sua dimensione più profondamente ebraica. A Survage che gli chiedeva perché lo avesse dipinto con un occhio aperto e uno velato, rispondeva: “Perché con uno guardi fuori e con l’altro dentro te stesso”; questa simpatia per una presenza velata rivela forse una influenza bergsoniana e la sua idea del primato dell’intuizione creatrice sul pensiero analitico, ma sicuramente c’è un ricordo neppure troppo nascosto del misticismo sefardita che aveva assimilato a Livorno. Così come nel tema, apparentemente scandaloso per il tempo, del nudo femminile, che paradossalmente rimanda al contrario alla sacralità del corpo, nella sua unione inscindibile con l’anima, che l’ebraismo ha sempre rivendicato e che per il cristianesimo è una riscoperta assai recente.

Poco dopo la conversione di Max Jacob, nel 1916, Modigliani dipinge il primo nudo di grandi dimensioni. Mason Klein annota in proposito: “Il dipinto Nudo seduto ha una importanza cruciale…anche e forse soprattutto per quanto sbalorditivamente racchiude in sé di quella fase di transizione, in cui un soggetto espressionista si trovava ad essere ricontestualizzato nel quadro di un idealismo giudeo-cristiano italianizzato. Quest’opera… è la chiave di lettura dell’integrazione dell’ideale della cariatide da parte dell’artista, ma è anche una riflessione storica sul Rinascimento, nella misura in cui il modello della cariatide è esplicitamente dotato degli attributi ideali di grazia e innocenza un tempo associati alle opere quasi religiose del periodo. Modigliani traduce questi ideali in un idioma modernista, in cui la donna impone le sue condizioni sull’uso del suo corpo. Ma al di là di questa “madonna dotata di una forte sensualità”, che ci richiama per assonanza il Cantico dei Cantici, non è difficile leggervi un riferimento ad una deposizione dove il corpo del Cristo diventa quello femminile, con un chiaro riferimento cabbalistico.

Per quanto sembri paradossale appare condivisibile la seguente tesi di Mason Klein : “ La scuola di Parigi, rivolgendo lo sguardo all’indietro, si schierò su posizioni diametralmente opposte all’evocazione democratica universale di Modigliani, fondata sulla sua eredità sefardita italiana…l’idealismo di Modigliani è nato dalla sua eredità livornese ed è basato sul pluralismo culturale e sull’umanesimo religioso, eloquentemente sostenuto dai circoli intellettuali dei sefarditi livornesi”. Come dice A.Cohen nel testo su Benamozegh e Levinas, Modigliani intese questa universalità nel senso di Spinoza per cui l’universalismo radicale ebraico è inseparabile dal rispetto per l’individuo. Nel suo periodo finale, quello che possiamo riassumere nel suo ultimo autoritratto, in cui l’artista si dipinge come un esempio di rettitudine morale, intento a scrutare i grandi temi filosofici e antropologici che ci uniscono e ci dividono, possiamo trovare l’elemento decisivo per rifiutare il mito della sua dissolutezza, contro cui Jeanne Modigliani combatté tutta la vita,
La conclusione di Mason Klein che afferma : “In effetti in questa triangolazione di cristianesimo, teosofia e morale, riuniti sotto l’ombrello del giudaismo italiano, il suo corpus di opere appare latore di un insieme di valori in cui riecheggia una delle note più alte dell’umanesimo sefardita nella sua lunga storia religiosa dell’Italia”, ci sembra assai vicina, se non sovrapponibile a quanto scrive Elia Benamozegh in Israele e l’Umanità: “ Allora, la conciliazione sognata dai primi cristiani come una condizione della Parusia o avvento finale di Gesù, il ritorno degli ebrei nel grembo della Chiesa […] si effettuerà in verità non nel modo in cui si è voluto attenderla, ma nel solo modo serio, logico e durevole, soprattutto nella sola maniera vantaggiosa per la nostra specie [l’umanità]. Sarà come lo dipinge l’ultimo dei profeti, il sigillo dei veggenti, come i dottori chiamano Malachia, un ritorno del cuore dei figli ai loro padri e di quello dei padri ai loro figli (Ml 3, 24), vale a dire dell’ebraismo e delle religioni che ne sono derivate”.

E allora potremmo concludere, sia pure in modo provvisorio e interlocutorio, con un primo clamoroso risultato. Modigliani, soprattutto negli ultimi dieci anni della sua vita e della sua carriera di gradissimo artista, cioè dal periodo delle Cariatidi fino ai grandi Nudi e all’Autoritratto ultimo, si è progressivamente allontanato dalla Scuola di Parigi e dal suo ritorno all’ordine, ritornando ad essere un pittore squisitamente italiano; ma non nel senso della vecchia critica (pensiamo a Venturi, Carli, Russoli) e cioè di un legame praticamente esclusivo con la grande tradizione iconografica e stilistica che va dal Due al Trecento toscano (pisano, fiorentino e soprattutto senese), ma per un recupero di identità fondato sulla sua eredità ebraico–sefardita italiana, influenzata soprattutto dal pensiero cabbalistico di Benamozegh, che gli studi di Jeanne Modigliani degli anni Settanta e Ottanta e le sottolineature di altri, fra cui il sottoscritto, hanno offerto agli studi successivi, sino ad oggi.

Breve bibliografia di opere citate e di argomento ebraico:

– Amedeo Modigliani, Disegni, Guida editori Napoli, 1984.
– Jeanne Modigliani racconta Modigliani, Edizioni Graphis Arte Livorno, 1984.
– Il mistico profano –Omaggio a Modigliani, Electa Milano, catologo Ma*Ga Gallarate, 2010. In particolare il saggio di Mason Klein “Modigliani contro tutti”.

– K. E. Silver, R. Golan, The Circe of Montparnasse: Jewish Artists in Paris, 1905 – 1945, Catalogo della Mostra, New York, Universe and The Jewish Museum, 1985.

– A.Momigliano, The Jew of Italy. In “New Yorh Rewiow of Books”, 24 0ttobre 1985.
– A.Kiron, Livornese Traces in American Jewish History: Sabato Morais and Elia Benamozegh; A Cohen, Benamozegh and Levinas, a cura di A.Guetta, Thalassa De Paz, Milano, 2000.
– A. Schwarz, Modigliani: His Art, His Interest in the Esoteric and His Jewishness, in the Unknow Modigliani: Drawings from the Paul Alexandre Collection, catalogo della Mostra, Tel Aviv, Museum of Art, 1995.
– K. Silver, Esprit de Corps: the Art of the Parisian Avant – Garde and the First World War: 1914 – 1925, Princeton University Press, 1989.

– E’ Schaub – Koch, Modigliani , Mercure Universal, Paris, 1933.

– La testimonianza orale di Gabriele Bedarida, storico livornese, già segretario della Comunità ebraica di Livorno, nipote di rav A.S. Toaff z. l., coevo di Modigliani, allievo di rav Elia Benamozegh z. l. e ultimo grande rabbino cabbalista della scuola livornese, conferma che rav Benamozegh, fra gli altri incarichi, aveva quello di preparare i ragazzi della Comunità per il Bar – Mitzvà (maggiorità religiosa): questo conferma la tesi del rapporto fra Modigliani e rav E.Benamozegh. Modigliani fu Bar – Mitzvà nel 1897, all’età di tredici anni.

Categoria: Conferenze accademia Rivista n° 3 01/2015, Rivista n° 3 01/2015 | RSS 2.0

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